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venerdì 15 febbraio 2013

Harry Potter era un avvocato


Sottotitolo : la fantastica avventura di un profano in tribunale

C’era una volta molto molto molto lontano un giovane uomo inconsapevole del mondo che lo circondava, che viveva nella sua casetta di mattoni rossi. Un giorno gli venne notificata una raccomandata verde che gli costò, nell’ordine :
×           un paio di bypass dovuti alla preoccupazione di qualche autovelox  preso chissà dove;
×           un tic nervoso all’occhio per aver realizzato che la macchina gli era stata rubata 8 anni prima;
×           mezza giornata di permesso non retribuito per recarsi in posta a ritirare la raccomandata
×           un esaurimento nervoso perché alle poste sostenevano che la raccomandata era stata ritirata  dal vicino di casa e invece ce l’aveva il postino sul fondo del bauletto della moto
×           un altro paio di bypass dovuti alla scoperta di essere stato citato come testimone al processo del ladro della sua macchina in corso al tribunale di un paese molto molto molto più lontano di lì, in un luogo dove era possibile recarsi sono con l’auto… che non aveva
×           un tic nervoso al piede per il ricordo del furto della macchina.

Preso atto dell’obbligo di comparizione, il nostro amico, che per rispettare la sua privacy chiameremo Giangiacomo, si misein moto per trovare una soluzione e chiedere un giorno di ferie per potersi recare in questo posto dimenticato da dio, che per rispettare la sua privacy chiameremo Culandia.

La sera successiva, rientrando a casa dal lavoro Giangiacomo trovò nella posta un altro avviso di raccomandata, che gli costò, nell’ordine :
×           un tic nervoso al labbro superiore per estremo odio nei confronti del postino
×           12 punti alla mano destra che per evitare di aggiungere altri bypass ha usato per placare la sua ira spezzando legna per il camino a mo di Bruce Lee
×           Mezza giornata di permesso per passare in posta a ritirare la raccomandata

Per poi aprirla e trovare una lettera che diceva che il giorno prima gli era stata recapitata una raccomandata dal tribunale di Culandia contenente una richiesta di comparizione.

Questa volta si contenne e per calmarsi raccolse a mani nude circa 7/800 kg di ortica selvatica da offrire al Dio delle città, e dell’immensità delle terre di molto molto lontano.

 Passarono i giorni e arrivò il momento di recarsi in Culandia per presenziare all’udienza. Giangiacomo si preparò studiando tutti i possibili modi per viaggiare, optando per il mezzo più economico e pratico disponibile in città : la cerbottana gigante. Sfiga vuole (Dea Greca nota per la sua capacità di rompere i coglioni nel momento meno opportuno) che la mattina prima inizi a nevicare. Verde.
La cerbottana è un mezzo altamente comodo, veloce e semplice da usare, che però va a gasolio. Nevicando verde, il motore si ingolfa e ci vogliono almeno un paio di giorni perché possa ripartire.
Decise  quindi di optate per l’unico altro metodo a sua disposizione : il triciclo a scoppio. Distribuì  per tutta la città delle enormi cisterne per raccogliere la neve verde, in modo da avere abbastanza carburante per andare e tornare da Culandia e la mattina successiva si mise in strada alla buonora.

5 paia di scarpe dopo, oltre a parecchie ore, arrivò in Culandia e si presentò al tribunale., dopo aver comunicato  la sua presenza a un addetto si sedette  in sala d’aspetto.

Probabilmente, essendo le condizioni atmosferiche avverse, in quello stesso tribunale avevano trovato rifugio diversi profughi del circo di Moira Orfei. C’erano infatti in quella saletta le più svariate creature che Giangiacomo avesse mai visto :

la donna rompicoglioni dalla voce stridula
La pentola di fagioli umana
Il vecchio che commenta i lavori in strada
Il bauscia festaiolo urlante
Il dodo
Il gatto il topo l’elefante solo non si vedono i due leocorni

 Mentre Caronte usciva e entrava da una porta controllando i presenti, sospirando e tornandosene da dove era venuto talmente tante volte e passando sempre sopra i suoi stessi passi, che ormai nel pavimento c’erano le impronte scavate di almeno una decina di cm rispetto al cotto veneziano, Giangiacomo piantò due fagioli magici in un buco del terreno, li bagnò con un po’ di verde avanzata dal viaggio, parlò dolcemente alle piantina nascenti, tolse le foglie morte, mise del concime naturale (sorvolerei sul tipo e le modalità) le raccolse, le fece seccare al sole e si fece una canna.
Fece appena in tempo a finirla quando Caronte lo chiamo è gli disse che era il suo turno… veramente lui non se ne accorse, fu la piantina a toccargli dentro riscuotendolo dalle sue fantasie e facendogli notare che Caronte lo guardava insistentemente..

Giangiacomo si alzò ed entrò in aula, con quell’aria persa di un gatto che esce dal trasportino nello studio del dentista e si trova in uno stato d’animo misto tra il timore e la curiosità.. si guardò in giro rapido, ma attento, mentre Caronte gli diceva di andare a sedersi al tavolino posto li in mezzo con un microfono davanti. Avanzò allora con passo lento e guardingo, la coda tra le gambe e le orecchie tirate indietro, buttò un occhio al Giudice, con occhiali severi ed un maestoso mantello nero da cui spuntavano enormi corde dorate simili a quelle delle tende di casa di sua nonna, e uno agli avvocati comodamente svaccato dietro una sorta di scrivania in legno scuro, mezzi coperti da enormi fascicoli e da un mantellone aperto simile a quello del giudice.

Si sedette, si avvicinò al microfono trattenendosi a stento dall’istinto di picchiettarci sopra col dito dicendo “uno due tre prova se..se…se..” e poi alzò lo sguardo verso un ometto con le cuffie che scriveva veloce sulla tastiera di un pc.

“Bene”, pensò “come sono finito sul set di Harry Potter?”

 

Smi

giovedì 20 settembre 2012

TORMENTONI 1 - INTELLIGENZA 0

Bella giorna
ta, temperatura gradevole, auto col pieno. Situazione ideale per scivolare fuori dalla cruda realtà e sorvolare sul mondo immersa nei pensieri. La radio parla, urla direi, dal momento che stamattina mi sono svegliata con le orecchie tappate e sono più sorda del solito, ma io percepisco un vago ronzio e le parole entrano ed escono letteralmente dalle mie orecchie senza lasciarne traccia. Un pò Joyce e un pò V. Wolf nella mia testa si susseguono un milione e mezzo di argomenti diversi, situazioni, pensieri, dibattiti, ricordi seguendo la bucherellata e altalenante linea immaginaria dello stream of conscoiousness. Le vacanze, il lavoro, la cena, la voglia di sushi latente e ricacciata nello stomaco da mesi e mesi, le infradito, la pioggia, il freddino, l'erba del giardino, oh cazzo il semaforo rosso.. Quand'ecco che attaccato al semaforo sberluccica un enorme lucchetto... ovviamente mi abbaglia, io cerco di mettere a fuoco e nel frattempo da dietro parte un bel concerto di clacson ... quindi riparto... ma mi chiedo.... ma come può venire in mente a una persona di attaccare un lucchetto a un semaforo per sigillare??? rendere pubblico??? portare fortuna??? a una storia d'amore? Considerando che si tratti di ragazzini, perchè mi rifiuto di pensare che un over 30 possa anche solo pensare di fare una cosa del genere, ma quanto cavolo prendono di paghetta dai genitori considerando che un lucchetto piccolo per l'armadietto della piscina costa almeno 5 euro????? - considerazione economica - Ma come gli viene in mente di attaccarlo a un semaforo di sera (spero.. perchè se l'hanno fatto di giorno e nessun passante li ha riempiti di mazzate la mia fede nell'umanita vacilla preoccupantemente)?? Non hanno un coprifuoco, dei compiti da fare, degli allenamenti, dei genitori che gli attaccano una corda al piede per non farli allontanare da casa????? - considerazione educativa - Ma se uscisse un libro che descrive il buttarsi da un aereo senza paracadute come un messaggio d'amore assoluto e alla moda, tutta sta gente si butta da un aereo? - considerazione personale - ... bene.... ............ Mondadori? Buongiorno... vorrei proporvi di pubblicare il mio nuovo libro.. Ah guardi un successo assicurato... per un target di adolescenti .... si pegni d'amore .. quel genere li .... si i protagonisti muoiono.... un esempio .... si sa un modo per risolvere il virus dell'idiozia giovanile.... salvaguardia dei monumenti .... si no ma muoiono in nome dell'amore eterno.... me lo pubblicate? Titolo?? ah si AMORE CHIAMA IL 113 Smi

venerdì 28 ottobre 2011

Si bravo tu... ma non per me

Ci sono persone a cui piace fingere di vivere in un libro o in un film, e ripetere nella propria vita quello che hanno letto e che gli è piaciuto. Svegliarsi una mattina e pensare al capitolo 5, e sorridere pensando che nonostante tutto arriverà il capitolo 8, lei sarà tra le tue braccia per tutta le notte e nove mesi dopo sul tuo terrazzo i girasoli piantati quel giorno saranno alti come te e staranno sbocciando.

Devo ammettere che anche io da piccola, magra, bruttina e triste adolescente, amavo sognare di essere la protagonista di uno dei miei libri, o di uno di quei film a lietissimo fine la cui protagonista bruttina e coi capelli rossi alla fine diventava una figa pazzesca e si fidanzava col supercampione del liceo, con un castello a Neuchatel e una ferrari rossa come i suoi capelli.
Ma poi si cresce, e ci si rende conto che la vita reale non solo è diversa, meno a lieto fine forse, ma è molto più imprevedibile e soprattutto ha un sacco di pagine bianche da scrivere a proprio piacere.
Certo i libri letti così come le esperienze fatte ci restano dentro e ad un certo punto fanno parte del nostro vissuto, dal momento che il nostro cervello distrattamente si dimentica di aprire una nuova cartella chiamata “libri & co.” E butta tutto in “c:\users\sminky\documents\ricordi vari” ma se ci si punge con un ago o ci si scotta mentre si stanno preparando dei biscotti al cioccolato per lo zingaro che vive su una barca sul lago, ci si rende conto che quella è la vita di qualcun altro, la fantasia di qualcun altro.
Il rischio è che tutti piantino girasoli e disegnino cuori sui parabrezza delle auto, tutti bacino al contrario come spiderman, tutti  vadano al louvres a leggere i segni nella Monna Lisa, tutte facciano le puttane sul viale zara aspettando  che Richard incapace di usare il cambio manuale, si fermi con la limousine li davanti.
Un tantino surreale direi… oltre che poco fantasioso.
Rassicurante, come una foto in bianco e nero che nasconde i difetti, ma altrettanto sterile.
Allora io preferisco una macchia casuale a forma di cuore sul letto, dopo aver fatto l’amore con il principe azzurro che ricevere un mms con le dita a forma di cuore. Impazzisco per una parola sussurrata nella notte e una mano che mi cerca svegliandomi a una lucchetto attaccato a un palo.
Lascio le finzioni e i dèjà vue a chi non ha di meglio da offrire, io scrivo le mie pagine bianche con lacrime e sangue… reali.



Smi

giovedì 6 gennaio 2011

Ti seguo ogni notte ...

Ho aperto la copertina azzurra e argentata con un po’ di timore.. è sempre pericoloso leggere il libro precedente di uno che ti è piaciuto molto.. nella sua semplicità di libro “da relax” mi sono ritrovata nel mondo di Roger e Rosita, degli amici d’infanzia e quelli nuovi, dei casi della vita, della scelta tra cose semplici e cose complicate… e in uno splendido loft, con vista mondo.

Roger per me aveva il volto di una amico giornalista del “Corsivo”, ad Aosta, un po’ per il petto compatto, un po’ per il suo secondo lavoro di giornalista per una radio minore, e forse per questo mi ci sono affezionata parecchio.

Rosita invece era una e tutte le mie compagne di squadra under… under 18, o under 16 , presenti e passate, con l loro modo fantastico di vedere la vita e di vivere le tragedie quotidiane di brufoli e capelli (in realtà quelle le vivo ancora anche io a 34 anni..) e l’ansia e l’importanza dei sms. Incredibile come Luca si è calato in quel mondo a parte fatto di “Strabbello”, di “lo mollo, no lo amo, no lo mollo”, di “Oddio mi ha guardata adesso muoio”, di squilli e di musica sentita in due con un auricolare a testa.

In tutto questo la favola… della bella fioraia fuori età e del ragazzo in carriera che in fondo è sempre il solito bravo ragazzo di provincia..ups..del girotondo, che si monta la testa quanto basta ma rimane anche un po’ coi piedi per terra… e si innamora… di quella giusta.

Ciò nonostante ammetto che a tratti facevo il tifo per la misteriosa Stella… e non ho capito se era felice della vita che si era scelta o se avrebbe preferito la follia e l’avventura… ma proprio per questo lei rimane Stella..

Tutto questo condito da un profumo speziato ed orientale, un parroco come il mio, ripreso dai vecchi paesani per aver festeggiato il suo compleanno in discoteca, un parroco di quelli che ce ne vorrebbero mille insomma, personaggi che potrebbero essere i miei vicini di casa, beh… tranne Morgana.. e un atmosfera in cui tutto sembra così complicato ma anche così semplice, da farti sorridere e a volte squotere la testa…

L’ho bevuto…

Ora ho tutta la tua bibliografia nel mio bagaglio… attendo quello nuovo con una certa impazienza..

Smi

domenica 6 giugno 2010

Appunti di un viaggio interiore...


 Una volta scrivevo,per me .. o forse per dei lettori immaginari che si sarebbero dovuti introdurre in camera mia arrampicandosi al 4 piano tipo spiderman e cercare tra i milioni di quaderni miei e di mia sorella sparsi per la nostra cameretta per trovare quel quaderno bianco, con una cuore, una penna e delle bolle di sapone disegnate sopra.


Un po’ infantile vero? Del resto ho iniziato a scrivere a 13 anni, direi che infantile era un aggettivo che mi si addiceva molto. Ed ora io, Emily, dopo ..beh.. dopo tanti anni sto ancora scrivendo. L’unica differenza è che non uso più quel quaderno e quella penna, ma un pc. Quello che scrivo però, è ancora quello che viene da mio cuore. Dicono che le cose più vere e più credibili sono quelle che escono da li, per gli scrittori, i cantanti, i poeti, i pittori, per tutti quelli che creano insomma.

Sai, ci sono lettere che ho creato per te. Alcune le ho spedite, alcune te le ho date, altre le ho solo scritte. Vuoi sapere se le ho conservate? Si.. per un po’. Ma poi a un certo punto, come quando quel giorno come un fulmine mentre camminavo sono stata colpita dalla sensazione che tu avessi un’altra, ed era vero, a un certo punto sapevo che non ti interessava leggerle. Probabilmente non ti era mai interessato, probabilmente era stato un gioco, un diversivo, un illusione, una comparsa nella tua serie televisiva preferita, questa COSA che c’era tra di noi. Così le parole si sono cancellate. Sai, le avevo scritte con la penna, non al computer, e su carta colorata, carta del tuo colore. E una notte, le ho riprese in mano e le lettere si cancellavano sotto i miei occhi man mano che andavo avanti, finché non sono più riuscita a leggere nulla, perché le pagine erano tornate vuote. 15 pagine.. 15 pagine completamente vuote erano davanti a me e io mi chiedevo..come è possibile? Sono sicura di averle scritte, ne sono sicura.

Sapere che per te non contavano, nessuna parola contava, nessuna lettera, nessun punto, punto e virgola e faccina sorridente, le ha cancellate. Uno scrittore non esiste se non ha un lettore, un attore diventa invisibile senza un pubblico e le mie lettere sono sparite senza te. Ho preso le tue dal cassetto e.. non ho avuto la forza di rileggerle perché non avrei creduto più a una sola parola di quello che avevi scritto.. non potevo. Sono uscita dal mio letto e con le lettere in mano sono andata in bagno. Ho messo il tappo e ho riempito il lavandino d’acqua, ho tolto le lettere dalla busta su cui avevi scritto il mio nome e intere le ho appoggiate nell’acqua e le ho guardate, per ore. Le ho guardate finchè le parole sono diventate macchie, sono diventate illeggibili, confuse, macchie di inchiostro su un foglio bianco che galleggiavano davanti ai miei occhi… ma non scomparivano ancora. Non contavano più niente ma non scomparivano, così ho preso quei pezzi di carta , che al momento mi ricordava la cartapesta, che all’asilo usavamo per costruire i burattini da far muovere infilandoci le mani e nascondendoci sotto un palchetto costruito per l’occasione e far ridere gli spettatori, mettendo in scena una storia. Ho preso quella carta e l’ho buttata nel water, in piccoli pezzi, tirando spesso l’acqua per non farlo intasare.

Quella carta aveva fatto di me quei burattini dell’asilo, e tu con le mani dentro di me mi guidavi dove volevi, finchè un giorno non ti sono più servita, e hai tolto le mani, lasciandomi vuota.

Ora quella carta non c’è più, ma il vuoto, quello non si riempia mai del tutto.

Vuoi sapere cosa ho fatto delle 15 pagine ? sono ancora li. Io non riesco a vedere le parole, ma sono ancora li, magari un giorno riappariranno, magari no. Magari ho solo creduto di averle scritte, magari i miei occhi sono ancora troppo pieni di lacrime e io semplicemente non riesco a vedere.

Non ti spedirò questa lettera. Non la leggeresti perché hai deciso di ignorarmi e che io non conto niente. Ma ho capito che a volte chi scrive è spettatore di se stesso, che a volte anche se si è l’unica persona a leggere la propria storia, nonostante la si conosca già, si riesce ad avere un po’ di pace, di sollievo e a risalire da quel pozzo buio in cui chi scrive ha la sensazione di essere, ma chi legge può alleviare accendendo una torcia, buttando una fune, dicendo sono qui.

Emily

mercoledì 13 gennaio 2010

Se domani farà bel tempo – Luca bianchini


Scoperto per caso ascoltando Diego e la Pina a Pinocchio, passo in libreria a comprare “Se domani farà bel tempo” di questo sconosciuto Luca Bianchini che, a pelle, anzi a voce, mi ispira simpatia.
Dopo averlo lasciato un paio di settimane a prendere polvere, direi che è invecchiato al punto giusto ed è ora di gustarlo.

Lo apro e vengo catapultata nella Milano bene, io, paesana della periferia lacustre lecchese mi sento spettatrice di questo mondo milanese che a volte mi capita di incrociare nei locali di corso como, o giù di li. Come se dopo la coda e le moine al buttafuori fossi finalmente entrata anche io, vedo Leon seduto nel privè, coi suoi amichetti con il maglioncino legato in vita o al collo, come se fosse una sciarpa e le polo firmate, pieni di bottiglie ai tavoli e di ragazze “avere”. Lo vedo anche passare da via tocqueville nel macchinone con un ciuffo davanti agli occhi che non gli permette di vedere dove va, aiutato anche dalla quantità di alcool in corpo, e quasi investe la gente che cammina ai lati della strada. Alzo gli occhi e sono nel mio letto, sono quasi le 4 di mattina e sto leggendo quello che credevo di vedere in un sabato di ordinaria follia milanese.
Probabilmente se fossi nata a Napoli avrei fatto più fatica ad immaginarmelo. Ma anche no, perché credo che alla fine tutto il mondo è paese perché anche a St Moritz, Portofino e Ibiza il bel rampollo di famiglia si sente a casa, e si notano ben poche differenze.
Lui però è un viziato sensibile.. certo senza soldi questa vita non si può fare, ma questa è la vita che vuole? Cade dal cielo l'opportunità per capirlo, direttamente dalle mani del nonno, unica figura familiare degna di questo nome, ed eccolo catapultato nella campagna toscana, a vendemmiare.
Istintivamente me lo vedo in stile Celentano che canta nella tinozza a piedi nudi mentre schiaccia l’uva, poi mi riprendo e mi ricordo che Leon ha i piedini delicati, e non parla col popolo….
E invece mi stupisce.
Benvenuto nella vita reale Leon, davanti ai problemi quotidiani delle persone normali, alle ragazze “essere” che non ti cagano e agli stratagemmi per attirarle, perché una borsa di louis vuitton non funzionerebbe, e nemmeno un bel giro di locali o in macchina, qui ci sono scale, ciotoli,piazze e un bar.
Istintivamente faccio il tifo per lui, e devo dire che il ragazzo mi da delle soddisfazioni, cresce, impara, si innamora sul serio.
Per non svelare il finale dirò una cosa sola….rincorrilo Leon, quel raggio di sole…
Bello, veramente bello e scritto nel modo in cui piace a me leggere le cose, come se fossi al bar con un amico che me le racconta, come se io stessa le raccontassi a lui, come le scriverei io stessa in una lettera ad una amica.
E ora che ci fai leggere Luca? Noi aspettiamo impazienti…
Smi

martedì 12 gennaio 2010

Ti prendo e ti porto via – Niccolò Ammaniti

Romanzo definito pulp, e che in effetti del pulp ha lo sviluppo di vicende dai contenuti forti e spesso violenti, ma più come risvolto casuale e conseguenza naturale delle situazioni che per tendenza al crimine e al macabro.

Si tratta di due storie parallele che solo alla fine si incontrano e si incrociano, legando il destino dei due protagonisti : lo studente Pietro Moroni povero, perseguitato dai compagni e innamorato della bella e benestante compagna Gloria e Graziano Biglia playboy nullafacente e in fase discendente. I due orbitano intorno a Flora, l’insegnante, senza saperlo e senza immaginare che le colpe di Graziano finiranno casualmente per ricadere sulle debolezze e la rabbia adolescenziale di Pietro, studente “tradito” da un’insegnante innamorata e disperata per la perdita dell’amato che la porterà all’ apatia e al disinteresse totale per ciò che prima amava: i suoi studenti.
Non c’è un insegnamento, una morale o un fine nel racconto, è semplicemente un avvicendarsi di avvenimenti che segnano da una parte la crescita di un adolescente tra bocciatura, difficoltà familiari,scolastiche ed economiche, rapporti di amicizia e primi amori, piccoli crimini e voglia di andare via e il tramonto di Graziano, un “quasi vip” che non ha combinato niente nella vita e che invece auspica il ritorno a casa, il piccolo Ischiano Scalo per aprire una jeanseria con una moglie, che però si lascia trascinare dalla donna sbagliata abbandonando quella giusta e accorgendosi dell’errore troppo tardi.
Non c’è lieto fine ma non ti lascia nemmeno l’amaro in bocca, perché ognuno ha quel che si merita, tranne Flora forse, che in una tarda adolescenza scopre se stessa, il suo corpo e l’amore, ma che ne viene travolta senza essere capace di sopportare il peso delle situazioni da sola.
Le pagine scorrono sotto le dita e quando la storia arriva a un punto cruciale Ammaniti conclude sapientemente il capitolo per ricominciare con l’altra storia parallela, alternandole continuamente e tenendo viva la curiosità, e attento lo sguardo.

Una curiosità. Si dice che Vasco Rossi abbia tratto l’omonima canzone proprio da questo romanzo, io, non so perché, ma appena ho incontrato Graziano nelle prime pagine ho pensato a Vasco e me lo sono immaginata proprio come lui, col capello un po’ più lungo, chiaro e riccio, ma molto somigliante.

Smi

lunedì 11 gennaio 2010

L'ombra del vento - Carlos Ruiz Zafon



Trama avvincente in una location appropriatamente ricercata. Una Barcellona pre e post guerra , raggelata dal vento freddo dell'inverno e degli eventi ma riscaldata dai cuori che ancora battono sotto le macerie e tra  i cunicoli della città. Città che, in decadimento fisico e psicologico, osserva il susseguirsi e il ripetersi nel tempo di vicende che accomunano diversi strati della società e persone apparentemente senza legami.
Consapevolezza e ingenuità, denaro e povertà, cultura e ignoranza, amore e odio, apatia e lotta sono le antitesi su cui si regge l'intera storia e che si alternano nell'animo e nelle case di ogni singolo personaggio, che lo guidano attraverso una strada che sembra creata e confezionata a pennello dal destino, senza vie di fuga.
Daniel Sempere è l'erede naturale di Julian Carax, per questo il libro di Julian lo sceglie e da quel momento la storia dei due diviene indissolubilmente legata. Oggetti, situazioni, pensieri, amicizie, mentre indaga sulla vita di questo scrittore sconosciuto e inspiegabilente incompreso Daniel finisce nel corpo dello scrittore e nella sua vita, ne prende le fattezze, i pensieri, i sentimenti e senza accorgersene finisce nel suo destino, come se attraverso le pagine che ha letto fosse finito in un universo parallelo, una sorta di "Storia Infinita" con i lupi e il male, l'amico fedele fortunadrago, la torre d'avorio custode di mille segreti che si sta sgretolando e una sola cosa che può salvare entrambe le storie, entrambe i protagonisti: cambiare il destino, non lasciarsi trascinare dagli eventi ma diventare artefici di se stessi e della prorpia vita.
Così i segnali disseminati nel racconto di indissolubilità e necessità di cambiare il flusso mediante una piccola deviazione per salvare chi è ancora in vita e liberare chi non lo è più, vengono alla fine colti e svelati in un finale che lascia senza fiato e fa temere per il peggio.
Un pò "Fahrenheit 451" e un pò "Dorian Gray", nel riversare se stessi e le proprie azioni sui libri, prima scrivendoli e poi bruciandoli per eliminarli e allo stesso tempo eliminare se stessi nelle stesse fiamme.
I personaggi sono vivide e veraci maschere rappresentative di caratteri e ruoli societari, ognuno con delle motivazioni valide a supporto della propria personalità e della propria fine.
Nel complesso è un romanzo che si legge tutto di un fiato, nel quale ci si appassiona, si tifa per il o meglio i protagonisti, si diventa smaniosi di conoscere la verità e svelare i misteri, si sbarrano gli occhi e si trattiene il fiato, ci si lascia andare all'amore e ci si spaventa per la paura. E poi... tanti sospiri di sollievo e una lacrima, che scende a bagnare le pagine lasciando un segno indelebile tra la carta e l'inchiostro e che quasi vuole proteggerle dal fuoco del diavolo che se le vuole portare via, ma che hanno ancora tanti lettori da appassionare

Smi

giovedì 7 gennaio 2010

L'ombra del vento.... le presentazioni....



Il pomeriggio del 24 Dicembre, in piena ricerca dei regali di Natale e in ritardo come al solito, sono entrata in libreria, non ho ancora capito se con uno scopo preciso o solo per il piacere di trovarmi tra buoni amici. Come un bambino al parco giochi ero attratta da un milione di colori, forme e disegni, sfiorando con le dita i dorsi dei libri e prendendo in mano quelli che mi attiravano di più per leggerne la trama sulla terza di copertina. Penso fosse più affollata di piazza duomo durante la notte bianca, ma chi se ne accorgeva.. concentrata sugli scaffali e procedendo lenta e rapita io sentivo solo silenzio e vedevo solo i colori. Poi le dita e lo sguardo si posano su di lui.. l’ombra del vento… e questo cos’è? Mai sentito… Carlos Ruiz Zafon… … passo i polpastrelli sulla copertina chiudendo gli occhi, come se cieca dovessi leggere in braille… sento in rilievo il nome dell’autore, il titolo e il logo dei best sellers… apro gli occhi e guardo i lampioni, la nebbia e la nota : “Una Barcellona misteriosa. Un segreto sepolto nel Cimitero dei Libri Dimenticati.” Già dopo “Barcellona” ero convinta che l’avrei preso… ma volevo dare una possibilità al resto dello scaffale e soprattutto avevo bisogno di una scusa per comprarlo, dato che oltre ai libri per i miei 8 esami mancanti ce ne sono almeno 15 nel mio ebook-reader e 6 in carne e ossa…. anzi carta e inchiostro, che aspettano di essere letti… faccio un passo in avanti sempre tenendo le dita sullo scaffale e facendole scorrere… ma non riesco a terminare il passo… rimetto il peso del mio corpo sulla gamba sinistra rimasta assolutamente immobile e lo riprendo in mano… mia mamma… il regalo per mia mamma!! Sorridendo e conglaturandomi con me stessa per aver trovato una scusa plausibile stacco le dita dallo scaffale, afferrando il nuovo amico con entrambe le mani, esattamente a metà lateralmente e me lo porto al naso, sollevandolo come si fa con un bambino, da sotto le ascelle quando si vuole farlo giocare e dargli un bacio… ecco lo faccio… lo annusso… e quell’odore di carta e inchiostro che entra nelle mie narici è come il bacio dato al bambino… un segno di affetto, di appartenenza anche. Smetto di sorridere da sola pensando che chi mi vede potrebbe pensare che sono una pazza furiosa o che il libro me lo voglio mangiare e mi dirigo verso la cassa. Pago ed esco, senza farmelo confezionare, perché me lo voglio godere ancora un po’..

Certo… non è per me, ma conoscendo mia mamma in una settimana… anche meno se la appassiona, il libro è a mia disposizione, pronto ad essere appoggiato sul mio comodino ..
Arrivata a casa lo riguardo.. ristudio per bene la copertina con le dita, come se tentassi di vedere il profilo di un viso con gli occhi chiusi e con un po’ di difficoltà lo chiudo in una carta regalo color argento, e ci piazzo sopra un bel fiocco rosso.
Poche ore dopo lo do a mia mamma, che lo apre, lo guarda, legge la trama e lo appoggia sulla sua libreria, ringraziandomi.. poi riprende la sua posizione di padrona di casa e si mette a tagliare il panettone per i suoi 15 ospiti arrivati come ogni vigilia per la consueta trippa di Natale. Anche io torno alle mie faccende, ma prima di uscire lancio un’ultima occhiata alla libreria, dove tutti i libri sono bene impilati verticalmente..tranne lui, che è appoggiato in un angolo, ancora senza una fissa dimora…ancora vergine..chiudo la porta dietro di me…. e per qualche giorno non ci penso più…
Arriva così il 31 Dicembre, tra pranzi, cene, regali, cinema di natale, preparativi per capodanno e un milione di altre cose, e alle 6.20 suono il campanello della mia amica, pronta a rimboccarmi le maniche x aiutarla a preparate casa e cibo per la cena tra intimi (..27 persone) per dare il benvenuto al 2010. Prima di iniziare a preparare tavola, studiare disposizioni e dividerci tra friggitrice, forno e fornelli ci scambiamo i regali di natale …
Carta rossa… rosso feltrinelli… e già sento l’odore della letteratura che esce dal piccolo buchino fatto e mi entra nelle narici… in puro stile cartone animato con tanto di mano che mi fa segno col dito di seguirla….. apro il resto e senza guardare infilo la mano nel sacchettino…. Estraggo lentamente e…. non ci credo… non ci posso credere… L’ombra del vento.
La mia mente saltella indietro di pochi giorni e rivede come una diapositiva il mio sguardo allo stesso libro posato in casa di mia mamma, prima di uscire chiudendo la porta dietro di me, e con un sorriso incredulo guardo cosa c’è ora tra le mie mani….
Avete presente quelle manine allungabili in gomma appiccicosa che si trovavano nelle patatine diversi anni fa? Ecco… è come se tra me e quel libro ci fosse quella manina appiccicosa… direi che non ce n’è: lo devo leggere, mi ha trovata e non credo mi lascerà andare tanto facilmente quindi lo apro senza neanche rendermene conto e inizio a leggere… … sento una voce in lontananza e penso sia Daniel che attraverso le parole lette mi entra nella testa, ma mi accorgo che è una voce femminile…. Alzo gli occhi e ancora senza sentire, come se fossi chiusa in una bolla di vetro vedo la mia amica che muove le labbra… cerco di concentrarmi e mi accorgo che sta parlando con me… “Smi… Smi??? La cena!!!!”

La cena!!!! Me ne ero dimenticata…. Richiudo L’ombra del vento… per ora …

Smi

venerdì 27 febbraio 2009

“Tu lo conosci John Fogerty?” di Nicola Taffuri


Fantastica serata, milioni di risate e ricordi e a un certo punto una frase appena accennata “Lo sai che Nicola ha scritto un libro?” Cooosa? Nicola? Tu? Ma come….cosa…ti prego voglio leggerlo. Detto.Fatto.
All’emozione di leggere un libro scritto da un’amico che non vedevo né sentivo da 14 anni, escludendo un incontro lampo alla cassa di un negozio di intimo (non iniziamo a pensar male… beh effettivamente io le mutande le avevo ..in mano.. ma niente di scabroso, solo un “Uè ma ciao!!!ci sei ancora?? Bancomat, grazie” ) si aggiungeva man mano che scorrevano le pagine la deliziosa sensazione di sapere di cosa si sta parlando…e di chi, oltretutto.
Nella bella cornice del Lecchese, tra lago e montagne si sviluppa la storia di 3 amici e con rapidi flash,o meglio sms, di un quarto… Fabrizio, che, lo ammetto, da quando l’ho riconosciuto sbircio sogghignando tutti i mezzogiorni mentre mi volta le spalle in coda in mensa.
Michele, giornalista intraprendente e sfortunato in amore
Filippo, immobiliare amante dello sport non propriamente supportato dal suo fisico
Antonio “Deka”, impiegato comunale in cerca di un posto nel la società … e di una ragazza.
Le storie sono avvolgenti, più ancora che coinvolgenti, per me che in questi luoghi sono nata, cresciuta e ne ho passate di cotte e di crude, un po’ come i protagonisti. Oltre a riconoscere alcuni nomi e/o figure che hanno fatto parte della nostra vita, me compresa, mi sono scoperta più e più volte a sogghignare, rivedendo alcune esperienze molto simili avute sui treni, in comune, le difficoltà quotidiane di noi ragazzi, che non facciamo certo parte della “Lecco bene” ma ci barcameniamo abbastanza bene da poterci permettere di non crollare a pezzi dopo qualche piccolo fallimento lavorativo. Sono scoppiata a ridere leggendo alcune frasi nel mio dialetto … e il mio cognome .. e mi è scesa una lacrima commossa scorrendo le righe dell’articolo sulla scalata del mortirolo. Sono sobbalzata leggendo il sms ricevuto da Irene, dicendo in cuor mio un paio di insulti che ci stavano proprio bene e ho sentito male quando Filippo ha fatto crack, ho dato un pugno al teppista degli agguati e mi si è fermato il cuore davanti a Chiara.
Leggendo questo libro ho trovato, ritrovato e riscoperto il mio amico Nicola, che ha dato un po’ di sé ad ognuno dei suoi personaggi, da gran trasformista … caro il mio giornalista-sommelier , e mi sono divertita a scovarti in mezzo a tutto il resto. Nonostante il mio sport sia la pallavolo, sono riuscita a respirare la passione x la bici, che a quanto vedo Nick è proprio tanta, quindi fatti curare in fretta la caviglia.
Che dire, ho scoperto che non c’è niente di più divertente che leggere il libro di un amico, cresciuto nella tua stessa realtà nonostante le strade diverse prese dopo il liceo. Un libro ben scritto, per quanto ne può sapere una che i libri li legge, non li commenta, ma devo dire che si lasciava proprio leggere, non ha mai tentato di scapparmi dalle mani.
Un grosso in bocca al lupo a … questo giornalista in cerca del SUO lavoro, e una buona lettura a chi ha saggiamente deciso di divertirsi come me, scoprendo chi è John Fogerty.

sm