Scoperto per caso ascoltando Diego e la Pina a Pinocchio, passo in libreria a comprare “Se domani farà bel tempo” di questo sconosciuto Luca Bianchini che, a pelle, anzi a voce, mi ispira simpatia.
Dopo averlo lasciato un paio di settimane a prendere polvere, direi che è invecchiato al punto giusto ed è ora di gustarlo.
Lo apro e vengo catapultata nella Milano bene, io, paesana della periferia lacustre lecchese mi sento spettatrice di questo mondo milanese che a volte mi capita di incrociare nei locali di corso como, o giù di li. Come se dopo la coda e le moine al buttafuori fossi finalmente entrata anche io, vedo Leon seduto nel privè, coi suoi amichetti con il maglioncino legato in vita o al collo, come se fosse una sciarpa e le polo firmate, pieni di bottiglie ai tavoli e di ragazze “avere”. Lo vedo anche passare da via tocqueville nel macchinone con un ciuffo davanti agli occhi che non gli permette di vedere dove va, aiutato anche dalla quantità di alcool in corpo, e quasi investe la gente che cammina ai lati della strada. Alzo gli occhi e sono nel mio letto, sono quasi le 4 di mattina e sto leggendo quello che credevo di vedere in un sabato di ordinaria follia milanese.
Probabilmente se fossi nata a Napoli avrei fatto più fatica ad immaginarmelo. Ma anche no, perché credo che alla fine tutto il mondo è paese perché anche a St Moritz, Portofino e Ibiza il bel rampollo di famiglia si sente a casa, e si notano ben poche differenze.
Lui però è un viziato sensibile.. certo senza soldi questa vita non si può fare, ma questa è la vita che vuole? Cade dal cielo l'opportunità per capirlo, direttamente dalle mani del nonno, unica figura familiare degna di questo nome, ed eccolo catapultato nella campagna toscana, a vendemmiare.
Istintivamente me lo vedo in stile Celentano che canta nella tinozza a piedi nudi mentre schiaccia l’uva, poi mi riprendo e mi ricordo che Leon ha i piedini delicati, e non parla col popolo….
E invece mi stupisce.
Benvenuto nella vita reale Leon, davanti ai problemi quotidiani delle persone normali, alle ragazze “essere” che non ti cagano e agli stratagemmi per attirarle, perché una borsa di louis vuitton non funzionerebbe, e nemmeno un bel giro di locali o in macchina, qui ci sono scale, ciotoli,piazze e un bar.
Istintivamente faccio il tifo per lui, e devo dire che il ragazzo mi da delle soddisfazioni, cresce, impara, si innamora sul serio.
Per non svelare il finale dirò una cosa sola….rincorrilo Leon, quel raggio di sole…
Bello, veramente bello e scritto nel modo in cui piace a me leggere le cose, come se fossi al bar con un amico che me le racconta, come se io stessa le raccontassi a lui, come le scriverei io stessa in una lettera ad una amica.
E ora che ci fai leggere Luca? Noi aspettiamo impazienti…
Smi
mercoledì 13 gennaio 2010
martedì 12 gennaio 2010
Ti prendo e ti porto via – Niccolò Ammaniti
Romanzo definito pulp, e che in effetti del pulp ha lo sviluppo di vicende dai contenuti forti e spesso violenti, ma più come risvolto casuale e conseguenza naturale delle situazioni che per tendenza al crimine e al macabro.Si tratta di due storie parallele che solo alla fine si incontrano e si incrociano, legando il destino dei due protagonisti : lo studente Pietro Moroni povero, perseguitato dai compagni e innamorato della bella e benestante compagna Gloria e Graziano Biglia playboy nullafacente e in fase discendente. I due orbitano intorno a Flora, l’insegnante, senza saperlo e senza immaginare che le colpe di Graziano finiranno casualmente per ricadere sulle debolezze e la rabbia adolescenziale di Pietro, studente “tradito” da un’insegnante innamorata e disperata per la perdita dell’amato che la porterà all’ apatia e al disinteresse totale per ciò che prima amava: i suoi studenti.
Non c’è un insegnamento, una morale o un fine nel racconto, è semplicemente un avvicendarsi di avvenimenti che segnano da una parte la crescita di un adolescente tra bocciatura, difficoltà familiari,scolastiche ed economiche, rapporti di amicizia e primi amori, piccoli crimini e voglia di andare via e il tramonto di Graziano, un “quasi vip” che non ha combinato niente nella vita e che invece auspica il ritorno a casa, il piccolo Ischiano Scalo per aprire una jeanseria con una moglie, che però si lascia trascinare dalla donna sbagliata abbandonando quella giusta e accorgendosi dell’errore troppo tardi.
Non c’è lieto fine ma non ti lascia nemmeno l’amaro in bocca, perché ognuno ha quel che si merita, tranne Flora forse, che in una tarda adolescenza scopre se stessa, il suo corpo e l’amore, ma che ne viene travolta senza essere capace di sopportare il peso delle situazioni da sola.
Le pagine scorrono sotto le dita e quando la storia arriva a un punto cruciale Ammaniti conclude sapientemente il capitolo per ricominciare con l’altra storia parallela, alternandole continuamente e tenendo viva la curiosità, e attento lo sguardo.
Una curiosità. Si dice che Vasco Rossi abbia tratto l’omonima canzone proprio da questo romanzo, io, non so perché, ma appena ho incontrato Graziano nelle prime pagine ho pensato a Vasco e me lo sono immaginata proprio come lui, col capello un po’ più lungo, chiaro e riccio, ma molto somigliante.
Smi
lunedì 11 gennaio 2010
L'ombra del vento - Carlos Ruiz Zafon
Trama avvincente in una location appropriatamente ricercata. Una Barcellona pre e post guerra , raggelata dal vento freddo dell'inverno e degli eventi ma riscaldata dai cuori che ancora battono sotto le macerie e tra i cunicoli della città. Città che, in decadimento fisico e psicologico, osserva il susseguirsi e il ripetersi nel tempo di vicende che accomunano diversi strati della società e persone apparentemente senza legami.
Consapevolezza e ingenuità, denaro e povertà, cultura e ignoranza, amore e odio, apatia e lotta sono le antitesi su cui si regge l'intera storia e che si alternano nell'animo e nelle case di ogni singolo personaggio, che lo guidano attraverso una strada che sembra creata e confezionata a pennello dal destino, senza vie di fuga.
Daniel Sempere è l'erede naturale di Julian Carax, per questo il libro di Julian lo sceglie e da quel momento la storia dei due diviene indissolubilmente legata. Oggetti, situazioni, pensieri, amicizie, mentre indaga sulla vita di questo scrittore sconosciuto e inspiegabilente incompreso Daniel finisce nel corpo dello scrittore e nella sua vita, ne prende le fattezze, i pensieri, i sentimenti e senza accorgersene finisce nel suo destino, come se attraverso le pagine che ha letto fosse finito in un universo parallelo, una sorta di "Storia Infinita" con i lupi e il male, l'amico fedele fortunadrago, la torre d'avorio custode di mille segreti che si sta sgretolando e una sola cosa che può salvare entrambe le storie, entrambe i protagonisti: cambiare il destino, non lasciarsi trascinare dagli eventi ma diventare artefici di se stessi e della prorpia vita.
Così i segnali disseminati nel racconto di indissolubilità e necessità di cambiare il flusso mediante una piccola deviazione per salvare chi è ancora in vita e liberare chi non lo è più, vengono alla fine colti e svelati in un finale che lascia senza fiato e fa temere per il peggio.
Un pò "Fahrenheit 451" e un pò "Dorian Gray", nel riversare se stessi e le proprie azioni sui libri, prima scrivendoli e poi bruciandoli per eliminarli e allo stesso tempo eliminare se stessi nelle stesse fiamme.
I personaggi sono vivide e veraci maschere rappresentative di caratteri e ruoli societari, ognuno con delle motivazioni valide a supporto della propria personalità e della propria fine.
Nel complesso è un romanzo che si legge tutto di un fiato, nel quale ci si appassiona, si tifa per il o meglio i protagonisti, si diventa smaniosi di conoscere la verità e svelare i misteri, si sbarrano gli occhi e si trattiene il fiato, ci si lascia andare all'amore e ci si spaventa per la paura. E poi... tanti sospiri di sollievo e una lacrima, che scende a bagnare le pagine lasciando un segno indelebile tra la carta e l'inchiostro e che quasi vuole proteggerle dal fuoco del diavolo che se le vuole portare via, ma che hanno ancora tanti lettori da appassionare
Smi
giovedì 7 gennaio 2010
L'ombra del vento.... le presentazioni....
Il pomeriggio del 24 Dicembre, in piena ricerca dei regali di Natale e in ritardo come al solito, sono entrata in libreria, non ho ancora capito se con uno scopo preciso o solo per il piacere di trovarmi tra buoni amici. Come un bambino al parco giochi ero attratta da un milione di colori, forme e disegni, sfiorando con le dita i dorsi dei libri e prendendo in mano quelli che mi attiravano di più per leggerne la trama sulla terza di copertina. Penso fosse più affollata di piazza duomo durante la notte bianca, ma chi se ne accorgeva.. concentrata sugli scaffali e procedendo lenta e rapita io sentivo solo silenzio e vedevo solo i colori. Poi le dita e lo sguardo si posano su di lui.. l’ombra del vento… e questo cos’è? Mai sentito… Carlos Ruiz Zafon… … passo i polpastrelli sulla copertina chiudendo gli occhi, come se cieca dovessi leggere in braille… sento in rilievo il nome dell’autore, il titolo e il logo dei best sellers… apro gli occhi e guardo i lampioni, la nebbia e la nota : “Una Barcellona misteriosa. Un segreto sepolto nel Cimitero dei Libri Dimenticati.” Già dopo “Barcellona” ero convinta che l’avrei preso… ma volevo dare una possibilità al resto dello scaffale e soprattutto avevo bisogno di una scusa per comprarlo, dato che oltre ai libri per i miei 8 esami mancanti ce ne sono almeno 15 nel mio ebook-reader e 6 in carne e ossa…. anzi carta e inchiostro, che aspettano di essere letti… faccio un passo in avanti sempre tenendo le dita sullo scaffale e facendole scorrere… ma non riesco a terminare il passo… rimetto il peso del mio corpo sulla gamba sinistra rimasta assolutamente immobile e lo riprendo in mano… mia mamma… il regalo per mia mamma!! Sorridendo e conglaturandomi con me stessa per aver trovato una scusa plausibile stacco le dita dallo scaffale, afferrando il nuovo amico con entrambe le mani, esattamente a metà lateralmente e me lo porto al naso, sollevandolo come si fa con un bambino, da sotto le ascelle quando si vuole farlo giocare e dargli un bacio… ecco lo faccio… lo annusso… e quell’odore di carta e inchiostro che entra nelle mie narici è come il bacio dato al bambino… un segno di affetto, di appartenenza anche. Smetto di sorridere da sola pensando che chi mi vede potrebbe pensare che sono una pazza furiosa o che il libro me lo voglio mangiare e mi dirigo verso la cassa. Pago ed esco, senza farmelo confezionare, perché me lo voglio godere ancora un po’..
Certo… non è per me, ma conoscendo mia mamma in una settimana… anche meno se la appassiona, il libro è a mia disposizione, pronto ad essere appoggiato sul mio comodino ..
Arrivata a casa lo riguardo.. ristudio per bene la copertina con le dita, come se tentassi di vedere il profilo di un viso con gli occhi chiusi e con un po’ di difficoltà lo chiudo in una carta regalo color argento, e ci piazzo sopra un bel fiocco rosso.
Poche ore dopo lo do a mia mamma, che lo apre, lo guarda, legge la trama e lo appoggia sulla sua libreria, ringraziandomi.. poi riprende la sua posizione di padrona di casa e si mette a tagliare il panettone per i suoi 15 ospiti arrivati come ogni vigilia per la consueta trippa di Natale. Anche io torno alle mie faccende, ma prima di uscire lancio un’ultima occhiata alla libreria, dove tutti i libri sono bene impilati verticalmente..tranne lui, che è appoggiato in un angolo, ancora senza una fissa dimora…ancora vergine..chiudo la porta dietro di me…. e per qualche giorno non ci penso più…
Arriva così il 31 Dicembre, tra pranzi, cene, regali, cinema di natale, preparativi per capodanno e un milione di altre cose, e alle 6.20 suono il campanello della mia amica, pronta a rimboccarmi le maniche x aiutarla a preparate casa e cibo per la cena tra intimi (..27 persone) per dare il benvenuto al 2010. Prima di iniziare a preparare tavola, studiare disposizioni e dividerci tra friggitrice, forno e fornelli ci scambiamo i regali di natale …
Carta rossa… rosso feltrinelli… e già sento l’odore della letteratura che esce dal piccolo buchino fatto e mi entra nelle narici… in puro stile cartone animato con tanto di mano che mi fa segno col dito di seguirla….. apro il resto e senza guardare infilo la mano nel sacchettino…. Estraggo lentamente e…. non ci credo… non ci posso credere… L’ombra del vento.
La mia mente saltella indietro di pochi giorni e rivede come una diapositiva il mio sguardo allo stesso libro posato in casa di mia mamma, prima di uscire chiudendo la porta dietro di me, e con un sorriso incredulo guardo cosa c’è ora tra le mie mani….
Avete presente quelle manine allungabili in gomma appiccicosa che si trovavano nelle patatine diversi anni fa? Ecco… è come se tra me e quel libro ci fosse quella manina appiccicosa… direi che non ce n’è: lo devo leggere, mi ha trovata e non credo mi lascerà andare tanto facilmente quindi lo apro senza neanche rendermene conto e inizio a leggere… … sento una voce in lontananza e penso sia Daniel che attraverso le parole lette mi entra nella testa, ma mi accorgo che è una voce femminile…. Alzo gli occhi e ancora senza sentire, come se fossi chiusa in una bolla di vetro vedo la mia amica che muove le labbra… cerco di concentrarmi e mi accorgo che sta parlando con me… “Smi… Smi??? La cena!!!!”
La cena!!!! Me ne ero dimenticata…. Richiudo L’ombra del vento… per ora …
Smi
lunedì 4 gennaio 2010
New born 2010 ...

Nuovo anno, stessi pensieri, non so perché la gente creda che nel momento in cui le lancette dell’orologio passano la mezzanotte di un millimetro le cose siano diverse, debbano esserlo..
Alla fine non è mai così. Quel secondo dopo la mezzanotte non ha poteri magici, non crea un buco nero nella tua vita dove puoi mettere tutte le cose che non ti piacciono o che ti fanno male in modo che poi scompaiano inghiottite li dentro e finiscano su un pianeta discarica, per poi tornare riciclate e depurate. Non funziona così..
Certo è una scusa per darsi degli obiettivi, dei propositi, per credere in qualcosa e rialzarsi quando si finisce col culo per terra. Ma lo è ogni alba, ogni tramonto, ogni pioggia e ogni cambio di stagione. O almeno, così dovrebbe essere. Ci sono sempre aspettative, speranze, progetti negli auguri di buon anno, eppure.. ci dovrebbero essere anche nel bacio del buongiorno, nel momento in cui ci si guarda allo specchio la mattina, e si chiudono gli occhi alla sera pronti per sognare.
E’ una scusa, una festa, un modo per dimenticare tutto e provare a ricominciare da zero… anzi da 1. Sarebbe bello se funzionasse. Se l’assurda tradizione di buttare le cose dalla finestra le facesse scomparire nel tragitto invece che farle fracassare al suolo. Se si potessero anche svuotare i pensieri, i ricordi dolorosi, se si rigenerassero le parti lesionate del cuore… e del mio crociato anteriore, se si rinascesse davvero. Ma dopo che sono evaporati i fumi dell’alcool dei festeggiamenti e sono scemate le risate, la musica e i primi pettegolezzi dell’anno spegnendo il fischio nelle orecchie che ti rende sordo a tutto il resto, quel buco nero si riapre e in un attimo ti sputa tutto addosso di nuovo, così che ti ritrovi col culo per terra e il ghiaccio sul ginocchio.
Eppure… eppure qualcosa deve essere cambiato, deve funzionare questa credenza che si infila nel cervello ripetendoti all’infinito: anno nuovo, vita nuova. Tutti gli auguri di un anno di gioia, serenità, felicità e di tanti tanti fuochi d’artificio devono infilarsi da qualche parte e sostenerti in modo da farti rialzare senza farti ricadere in tempo zero. Forse non hanno mangiato abbastanza panettone a natale, forse non sono stati augurati col cuore, forse sono appena nati, come il nuovo anno, e non hanno ancora la forza sufficiente.
Allora li prendo e li pianto in un vaso, con la terra nuova, concimata. Li annaffio tutte le sere e ci metto dei bastoncini ai quali fissarli man mano che crescono in modo che non si affloscino, che non muoiano. Gli racconto le mie storie, i miei pensieri e la mia vita, come se leggessi una favola a un bimbo di pochi mesi per farlo addormentare. Li concimo con le mie lacrime e li riscaldo coi sorrisi. Lascio accesa la luce di notte, in modo che non abbiano paura e chiudo bene le porte degli armadi, in modo che non possano uscire le ombre e spaventarli. Li proteggo dai parassiti, dal freddo e dai gatti.. e prima di chiudere gli occhi do loro la buonanotte e l’arrivederci a domani, un domani diverso..
Smi
Alla fine non è mai così. Quel secondo dopo la mezzanotte non ha poteri magici, non crea un buco nero nella tua vita dove puoi mettere tutte le cose che non ti piacciono o che ti fanno male in modo che poi scompaiano inghiottite li dentro e finiscano su un pianeta discarica, per poi tornare riciclate e depurate. Non funziona così..
Certo è una scusa per darsi degli obiettivi, dei propositi, per credere in qualcosa e rialzarsi quando si finisce col culo per terra. Ma lo è ogni alba, ogni tramonto, ogni pioggia e ogni cambio di stagione. O almeno, così dovrebbe essere. Ci sono sempre aspettative, speranze, progetti negli auguri di buon anno, eppure.. ci dovrebbero essere anche nel bacio del buongiorno, nel momento in cui ci si guarda allo specchio la mattina, e si chiudono gli occhi alla sera pronti per sognare.
E’ una scusa, una festa, un modo per dimenticare tutto e provare a ricominciare da zero… anzi da 1. Sarebbe bello se funzionasse. Se l’assurda tradizione di buttare le cose dalla finestra le facesse scomparire nel tragitto invece che farle fracassare al suolo. Se si potessero anche svuotare i pensieri, i ricordi dolorosi, se si rigenerassero le parti lesionate del cuore… e del mio crociato anteriore, se si rinascesse davvero. Ma dopo che sono evaporati i fumi dell’alcool dei festeggiamenti e sono scemate le risate, la musica e i primi pettegolezzi dell’anno spegnendo il fischio nelle orecchie che ti rende sordo a tutto il resto, quel buco nero si riapre e in un attimo ti sputa tutto addosso di nuovo, così che ti ritrovi col culo per terra e il ghiaccio sul ginocchio.
Eppure… eppure qualcosa deve essere cambiato, deve funzionare questa credenza che si infila nel cervello ripetendoti all’infinito: anno nuovo, vita nuova. Tutti gli auguri di un anno di gioia, serenità, felicità e di tanti tanti fuochi d’artificio devono infilarsi da qualche parte e sostenerti in modo da farti rialzare senza farti ricadere in tempo zero. Forse non hanno mangiato abbastanza panettone a natale, forse non sono stati augurati col cuore, forse sono appena nati, come il nuovo anno, e non hanno ancora la forza sufficiente.
Allora li prendo e li pianto in un vaso, con la terra nuova, concimata. Li annaffio tutte le sere e ci metto dei bastoncini ai quali fissarli man mano che crescono in modo che non si affloscino, che non muoiano. Gli racconto le mie storie, i miei pensieri e la mia vita, come se leggessi una favola a un bimbo di pochi mesi per farlo addormentare. Li concimo con le mie lacrime e li riscaldo coi sorrisi. Lascio accesa la luce di notte, in modo che non abbiano paura e chiudo bene le porte degli armadi, in modo che non possano uscire le ombre e spaventarli. Li proteggo dai parassiti, dal freddo e dai gatti.. e prima di chiudere gli occhi do loro la buonanotte e l’arrivederci a domani, un domani diverso..
Smi
mercoledì 30 dicembre 2009
I gotta feeling...

Mi sono sempre considerata un po’… strana. Un po’ perché mi sono sempre capitate cose un po’ strane, un po’ perché a volte non riesco a slegare la realtà dall’immaginazione, i sogni dagli incubi, le azioni dai pensieri.
Vi è mai capitato di pensare una cosa e poi essere sicuri di averla fatta?
Ad esempio, avete mai visto il telefilm Ally Mcbeal? Lei a volte si incanta con gli occhi aperti e si immagina… non so di spaccare una sedia in testa al suo capo, di baciare un collega, di buttarsi dalla finestra o che le cose le parlino.
Ecco… ho sempre pensato che l’ideatore di quel telefilm in realtà fossi io…senza saperlo… io incarnata in un altro corpo e in un’altra casa con tutti i lussi della terra e con un conto un banca con un milione di zeri in più del mio, un nuovo cognome un tantino più americano…tipo Kelley… ma sempre io.
Credo che a volte vivo talmente tanto dispersa nei miei pensieri che perdo la via di casa. Non ci sono bianconigli da rincorrere, niente briciole di pane da seguire… mi perdo e basta. E da li come torno? Semplice.. mi invento la strada.
E allora le cose si complicano… perché può capitare che mi alzi di scatto da tavola svuotando un bicchiere d’acqua addosso a una persona irritante, credendo di averlo solo immaginato… oppure che penso di aver guidato fino a casa e di parcheggiare mentre sono ancora in mezzo alla SS36 ben lontana da tutto.
Credo che l’origine di tutto sia quell’assurdo vizio di contare i passi. Mai capitato? Mentre camminavo verso scuola, elementari, medie e liceo a volte mi accorgevo di contare i passi… nel senso mi accorgevo che mentre camminavo a un certo punto sentivo una parte del mio cervello dire… 12..13…14…15… e pensavo… ma cosa sto contando? E mi accorgevo che erano i passi. Allora mi scuotevo e dicevo…ma la pianti? E pensavo ai fatti miei… dopo 5 minuti di nuovo… sentivo 20…21…22
Mamma mia che abitudine fastidiosa!!! Ci son voluti secoli per togliermela..ma pare io ci sia riuscita bene perché ora in palestra quando devo contare le serie di esercizi mi perdo dopo il 4 …
Ma non è l’unico problema…. Ricordo un periodo in cui tutto quello che facevo con la destra lo dovevo per forza fare anche con la sinistra, e viceversa… ma di qualsiasi parte del corpo è.. mani, piedi, anche, gomiti, ginocchia… se per dire mentre camminavo mi sbilanciavo e toccavo il muro con il gomito destro, dovevo toccarlo anche con il sinistro. Se prendevo dentro nel banco con il piede destro, dovevo fare la stessa cosa con il sinistro… credo ci sia un solo modo per definire questi ..come chiamarli..tic…: seri problemi !!!!!
Da queste strane premesse credo si sia sviluppata tutta la mia pazzia successiva, dall’immaginazione-azione ingarbugliate tra di loro a un’assurda complicità con il mondo esterno:
la cosa che mi capita più spesso… è vedere dei segnali… o meglio cercarli.
Sto guidando e mi viene voglia di mandare un sms a una persona… alla quale non dovrei mandarlo per una serie interminabile di motivi, e allora che faccio? Guardo le targhe delle auto che passano cercando un segno. Che tipo di segno direte voi…. Un segno nelle lettere della targa. L’altra sera mi ha superato un peugeuttino con una targa che finiva per YY. Questo per la mia mente bacata significava YES YES. E ho mandato il sms… smettete di ridere, voi non avete mai pensato una cosa del tipo… se adesso esco e trovo il semaforo verde vuol dire che quello che sto facendo è giusto… (per esempio è…) mai mai? Ma va non ci credo…
Mi capitano spesso anche altre cose tipo… dal nulla mi viene in mente una canzone, dal nulla, salgo in macchina accendo la radio..taaac..indovinate che canzone sento? Eh già proprio quella. Oppure sono in uno stato d’animo allegro… accendo la radio e sento solo canzoni allegre che mi fanno canticchiare, al contrario sono triste e allora vanno delle gran lagne… a volte penso che la mia macchina sia KITT e che con delle sonde incastrate nei sedili capti il mio umore e scelga la musica di conseguenza, altrimenti non si spiega…
Vi è mai capitato di pensare una cosa e poi essere sicuri di averla fatta?
Ad esempio, avete mai visto il telefilm Ally Mcbeal? Lei a volte si incanta con gli occhi aperti e si immagina… non so di spaccare una sedia in testa al suo capo, di baciare un collega, di buttarsi dalla finestra o che le cose le parlino.
Ecco… ho sempre pensato che l’ideatore di quel telefilm in realtà fossi io…senza saperlo… io incarnata in un altro corpo e in un’altra casa con tutti i lussi della terra e con un conto un banca con un milione di zeri in più del mio, un nuovo cognome un tantino più americano…tipo Kelley… ma sempre io.
Credo che a volte vivo talmente tanto dispersa nei miei pensieri che perdo la via di casa. Non ci sono bianconigli da rincorrere, niente briciole di pane da seguire… mi perdo e basta. E da li come torno? Semplice.. mi invento la strada.
E allora le cose si complicano… perché può capitare che mi alzi di scatto da tavola svuotando un bicchiere d’acqua addosso a una persona irritante, credendo di averlo solo immaginato… oppure che penso di aver guidato fino a casa e di parcheggiare mentre sono ancora in mezzo alla SS36 ben lontana da tutto.
Credo che l’origine di tutto sia quell’assurdo vizio di contare i passi. Mai capitato? Mentre camminavo verso scuola, elementari, medie e liceo a volte mi accorgevo di contare i passi… nel senso mi accorgevo che mentre camminavo a un certo punto sentivo una parte del mio cervello dire… 12..13…14…15… e pensavo… ma cosa sto contando? E mi accorgevo che erano i passi. Allora mi scuotevo e dicevo…ma la pianti? E pensavo ai fatti miei… dopo 5 minuti di nuovo… sentivo 20…21…22
Mamma mia che abitudine fastidiosa!!! Ci son voluti secoli per togliermela..ma pare io ci sia riuscita bene perché ora in palestra quando devo contare le serie di esercizi mi perdo dopo il 4 …
Ma non è l’unico problema…. Ricordo un periodo in cui tutto quello che facevo con la destra lo dovevo per forza fare anche con la sinistra, e viceversa… ma di qualsiasi parte del corpo è.. mani, piedi, anche, gomiti, ginocchia… se per dire mentre camminavo mi sbilanciavo e toccavo il muro con il gomito destro, dovevo toccarlo anche con il sinistro. Se prendevo dentro nel banco con il piede destro, dovevo fare la stessa cosa con il sinistro… credo ci sia un solo modo per definire questi ..come chiamarli..tic…: seri problemi !!!!!
Da queste strane premesse credo si sia sviluppata tutta la mia pazzia successiva, dall’immaginazione-azione ingarbugliate tra di loro a un’assurda complicità con il mondo esterno:
la cosa che mi capita più spesso… è vedere dei segnali… o meglio cercarli.
Sto guidando e mi viene voglia di mandare un sms a una persona… alla quale non dovrei mandarlo per una serie interminabile di motivi, e allora che faccio? Guardo le targhe delle auto che passano cercando un segno. Che tipo di segno direte voi…. Un segno nelle lettere della targa. L’altra sera mi ha superato un peugeuttino con una targa che finiva per YY. Questo per la mia mente bacata significava YES YES. E ho mandato il sms… smettete di ridere, voi non avete mai pensato una cosa del tipo… se adesso esco e trovo il semaforo verde vuol dire che quello che sto facendo è giusto… (per esempio è…) mai mai? Ma va non ci credo…
Mi capitano spesso anche altre cose tipo… dal nulla mi viene in mente una canzone, dal nulla, salgo in macchina accendo la radio..taaac..indovinate che canzone sento? Eh già proprio quella. Oppure sono in uno stato d’animo allegro… accendo la radio e sento solo canzoni allegre che mi fanno canticchiare, al contrario sono triste e allora vanno delle gran lagne… a volte penso che la mia macchina sia KITT e che con delle sonde incastrate nei sedili capti il mio umore e scelga la musica di conseguenza, altrimenti non si spiega…
Smi
martedì 15 dicembre 2009
Anche questa è droga....

A volte mi chiedo come facevo quando non sapevo nemmeno cosa fosse un cellulare.. ma non riesco a ricordare un mondo senza… senza questo aggeggio infernale che con le onde elettromagnetiche fa scoppiare i pop corn e che crea una linea diretta con cervello creando una dipendenza che la nicotina al confronto è limonata fresca.
No, no anche se mi concentro per bene non riesco a non vedermi con un cellulare in mano, impossibile, deve per forza essere nato prima il cellulare di me, assolutamente. Mi ci vedo che a 2 mesi invece che giocare con le apine che girano sopra il lettino cerco di inviare un sms alla manna dicendo : PAPPA!!!!
Scherzi a parte, davvero da quel che mi ricordo ho sempre avuto un cellulare in mano… nonostante questo sia impossibile, essendo io nata nel 76 e avendo visto nascere il primo ericsson-cabina telefonica che in aeroporto non ti lasciavano nemmeno portare come bagaglio a mano perché non rientrava nelle misure massime consentite.
I miei ricordi partono da quel sabato mattina in cui orgogliosa e con 600.000 lire in mano frutto di 12 settimane di volantinaggio folle, sono entrata all’ “Audiovodeo2000” e ho comprato il mio primo cellulare. L’ericsson GF768 giallo fosforescente con la pateletta e 1 riga di schermo. Il telefono più bello del mondo! Me lo sognavo di notte e quando sono riuscita a comprarlo ero l’adolescente più felice della terra. 600.000 lire a quell’epoca era davvero un capitale… ma ne valeva la pena, assolutamente (questo era quello che pensavo allora, ovviamente…) me lo portavo ovunque, ci dormivo anche, non potevo stare senza. Non so come facessi a usare quel coso con lo schermo monoriga e quanto ci volesse a leggere un sms (tra l’altro la memoria era potentissima, credo ci stessero al massimo 10 sms…. No 10 forse sono troppi) ma io lo amavo. Follemente. La pateletta mi si sarà rotta almeno una 20ina di volte… al mese, quindi tra gancini e pateletta direttamente ho speso pure un capitale x mantenerlo… ma lo amavo. Follemente.
In quel tempo è nata la mia dipendenza da sms….. e non credo di essere curabile…
Ma del resto…chi lo è? Chi può vivere adesso senza un sms… un mms, uno squillino al giorno? eh, sentiamo, chi non è in ufficio con il cellulare accanto alla tastiera e se non lo sente suonare per un’ora lo spegne e riaccende pensando che si sia incastrato? Chi non si manda un sms x vedere se nel momento in cui in galleria non prendeva è arrivato qualche sms ma è disperso nella rete e allora diamogli una mano a trovare la via di casa…. Chi non prende in mano 50 volte il telefono e scrive sms che poi salva in bozze, e lascia li, e rilegge, e riscrive e rimanda … sentiamo eh… chi????
Com’è che non vedo nessuno con la mano alzata?
Semplice… siamo una società di drogati…. Drogati da sms….
Mi sono innamorata tramite sms, ho pianto, ho riso, mi sono arrabbiata, disinnamorata, reinnamorata,ho organizzato serate e inventato scuse per dei bidoni senza senso, ho sentito amici lontani anni luce, ho descritto le mie emozioni, ho provato mille diverse sensazioni a seconda del nome che appariva. Ho riletto un messaggio 1.000 volte piangendo, oppure sorridendo, ho tenuti in memoria i più belli…e i più brutti. Li dentro c’è la mia vita, la mia storia, io.
Quando cambio un cellulare copio i sms, me li mando, li riscrivo da qualche parte.
Eh no, io non so vivere se non nell’attesa di quel BIP BIP che mi avvisa che non sono sola, che potrò ridere o piangere, ma che il mio amico-nemico, nonché portatore sano di malattie fantastiche tipo cancro e altre belle cose create dalle radiazioni, è sempre qui vicino a me, a portata di onde elettromagnetiche che oltre al cervello… mi scaldano un po’ anche il cuore.
No, no anche se mi concentro per bene non riesco a non vedermi con un cellulare in mano, impossibile, deve per forza essere nato prima il cellulare di me, assolutamente. Mi ci vedo che a 2 mesi invece che giocare con le apine che girano sopra il lettino cerco di inviare un sms alla manna dicendo : PAPPA!!!!
Scherzi a parte, davvero da quel che mi ricordo ho sempre avuto un cellulare in mano… nonostante questo sia impossibile, essendo io nata nel 76 e avendo visto nascere il primo ericsson-cabina telefonica che in aeroporto non ti lasciavano nemmeno portare come bagaglio a mano perché non rientrava nelle misure massime consentite.
I miei ricordi partono da quel sabato mattina in cui orgogliosa e con 600.000 lire in mano frutto di 12 settimane di volantinaggio folle, sono entrata all’ “Audiovodeo2000” e ho comprato il mio primo cellulare. L’ericsson GF768 giallo fosforescente con la pateletta e 1 riga di schermo. Il telefono più bello del mondo! Me lo sognavo di notte e quando sono riuscita a comprarlo ero l’adolescente più felice della terra. 600.000 lire a quell’epoca era davvero un capitale… ma ne valeva la pena, assolutamente (questo era quello che pensavo allora, ovviamente…) me lo portavo ovunque, ci dormivo anche, non potevo stare senza. Non so come facessi a usare quel coso con lo schermo monoriga e quanto ci volesse a leggere un sms (tra l’altro la memoria era potentissima, credo ci stessero al massimo 10 sms…. No 10 forse sono troppi) ma io lo amavo. Follemente. La pateletta mi si sarà rotta almeno una 20ina di volte… al mese, quindi tra gancini e pateletta direttamente ho speso pure un capitale x mantenerlo… ma lo amavo. Follemente.
In quel tempo è nata la mia dipendenza da sms….. e non credo di essere curabile…
Ma del resto…chi lo è? Chi può vivere adesso senza un sms… un mms, uno squillino al giorno? eh, sentiamo, chi non è in ufficio con il cellulare accanto alla tastiera e se non lo sente suonare per un’ora lo spegne e riaccende pensando che si sia incastrato? Chi non si manda un sms x vedere se nel momento in cui in galleria non prendeva è arrivato qualche sms ma è disperso nella rete e allora diamogli una mano a trovare la via di casa…. Chi non prende in mano 50 volte il telefono e scrive sms che poi salva in bozze, e lascia li, e rilegge, e riscrive e rimanda … sentiamo eh… chi????
Com’è che non vedo nessuno con la mano alzata?
Semplice… siamo una società di drogati…. Drogati da sms….
Mi sono innamorata tramite sms, ho pianto, ho riso, mi sono arrabbiata, disinnamorata, reinnamorata,ho organizzato serate e inventato scuse per dei bidoni senza senso, ho sentito amici lontani anni luce, ho descritto le mie emozioni, ho provato mille diverse sensazioni a seconda del nome che appariva. Ho riletto un messaggio 1.000 volte piangendo, oppure sorridendo, ho tenuti in memoria i più belli…e i più brutti. Li dentro c’è la mia vita, la mia storia, io.
Quando cambio un cellulare copio i sms, me li mando, li riscrivo da qualche parte.
Eh no, io non so vivere se non nell’attesa di quel BIP BIP che mi avvisa che non sono sola, che potrò ridere o piangere, ma che il mio amico-nemico, nonché portatore sano di malattie fantastiche tipo cancro e altre belle cose create dalle radiazioni, è sempre qui vicino a me, a portata di onde elettromagnetiche che oltre al cervello… mi scaldano un po’ anche il cuore.
Smi
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